Alle 19:46 del 31 luglio 2026 la terra si è mossa ancora una volta sotto Pozzuoli. Una scossa di magnitudo 4.7, epicentro Solfatara di Pozzuoli a circa 2.6 km di profondità, è stata la più forte registrata nell’area flegrea dalla ripresa del bradisismo, la più violenta in quarant’anni. Ventuno feriti, crolli, treni fermi, il porto di Pozzuoli chiuso, blackout, migliaia di cittadini in strada per la notte. Alla scossa principale è seguito uno sciame con decine di repliche, la più forte delle quali di magnitudo 3.8. Chiunque conosca la storia di questo territorio avrà provato, in quelle ore, una sensazione di déjà vu. Perché i Campi Flegrei raccontano da oltre cinquant’anni la stessa vicenda, con protagonisti diversi ma con lo stesso copione: sollevamento del suolo, sciami sismici, paura, evacuazioni parziali, e poi — quando l’attività rallenta — l’oblio, fino alla crisi successiva.
I lenti movimenti verticali che periodicamente si verificano nell’area
dei Campi Flegrei, e che fanno registrare il massimo sollevamento a Pozzuoli, sono indicati con la parola bradisismo – termine che
in greco significa «movimento lento» – un fenomeno legato al vulcanismo, non molto diffuso nella regione del Mediterraneo ma noto sin
dall’epoca romana. Consiste in un periodico abbassamento o innalzamento del livello del suolo che normalmente è dell’ordine di un centimetro all’anno: un movimento relativamente lento sulla scala dei
tempi umani, ma decisamente veloce rispetto ai tempi geologici.
Il bradisismo è un fenomeno ampiamente studiato. Le prime ricerche in materia sono state condotte da diversi ricercatori nei secoli passati. In particolare, nel 1947,si riuscì a ricostruire la storia dei movimenti secolari del suolo nei Campi Flegrei
attraverso lo studio dei fori lasciati dai molluschi marini della specie Lithodomus lithophagus sulle colonne del Tempio di Serapide a Pozzuoli, le cui basi nei periodi di abbassamento vengono sommerse dalle acque marine.
Il sollevamento del suolo per effetto del bradisismo è stato più intenso nel 1538 e nei periodi compresi tra il 1970 e il 1972 e tra il 1982
e il 1984. Solo nel 1538, dopo un sollevamento del suolo di circa 7 metri, il fenomeno culminò con l’eruzione del Monte Nuovo, ma altri eventi bradisismici hanno interessato i Campi Flegrei prima di quella data. Le datazioni effettuate sulle colonne del Tempio di Serapide con il metodo del carbonio-14 indicano che ve ne sono stati almeno altri due: il primo durante il V secolo d.C., con un sollevamento di circa 7 metri, e il secondo all’inizio del Medioevo. Dopo il 1538 il bradisismo si è manifestato di nuovo nel 1970-1972, con un sollevamento del suolo di un metro, seguito da una subsidenza di 30 centimetri, e nel 1982-1984 con un sollevamento di 1,8 metri. Episodi di minore
intensità si sono avuti poi nel 1988-1989, 1993-1994 e 2000-2001.
Attualmente, dal 2007, i Campi Flegrei sono entrati in una nuova fase di bradisismo di piccola entità.
Nel triennio 1982-1984, sulla base di valutazioni del rischio, 30.000 persone furono evacuate
da Pozzuoli e successivamente alloggiate nell’in-
sediamento appositamente allestito di Monte Ruscello, a circa tre chilometri di distanza dalla città, sempre all’interno della caldera dei Campi Flegrei.
Il sollevamento del 1982-1984, così come gli altri
della storia recente dell’area, non ha causato nes-
suna eruzione, ma ha determinato grosse «incertezze» riguardo le misure da adottare per la salvaguardia della popolazione.
Sebbene sia stato studiato così a lungo e nei
dettagli sotto il profilo fenomenologico, la causa del bradisismo è molto controversa, e comporta
notevoli implicazioni per la valutazione del rischio
in un’area ormai fortemente antropizzata come i
Campi Flegrei. È chiara quindi l’esigenza di capire
al meglio le possibili conseguenze del bradisismo,
soprattutto per ragioni di protezione civile. Il modello che illustriamo in questo articolo vuole dare un contributo in questa direzione.
1970: l’anno dell’impreparazione
Quando nel 1970 il suolo di Pozzuoli cominciò a sollevarsi, l’area flegrea non disponeva di alcun sistema di monitoraggio. La stazione sismica più vicina si trovava nei sotterranei del Convento di San Marcellino, sede dell’Istituto di Fisica Terrestre dell’Università di Napoli, e gli ultimi rilievi topografici complessivi risalivano al 1953. Furono i pescatori, con le passerelle dei traghetti inclinate diversamente e un arco del porticciolo che si sollevava progressivamente, a dare i primi segnali concreti di un fenomeno che i tecnici del Genio Civile avrebbero poi confermato: il Serapeo si era sollevato di circa 70 cm rispetto al 1968.
Il 3 marzo 1970 un comunicato del professor Giuseppe Imbò, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, su alcune lievi scosse telluriche registrate nel golfo di Pozzuoli bastò a far scattare il Piano A: lo sgombero del Rione Terra. Le operazioni iniziarono nel giro di poche ore, tra lo sconcerto di una popolazione che non aveva avvertito nulla e si chiedeva perché venisse allontanata dalle proprie case. Il quartiere fu poi murato per impedire il rientro degli abitanti. La rapidità e le modalità dell’operazione, unite al mancato sgombero di edifici fatiscenti in altre zone della città, alimentarono per anni il sospetto — mai realmente dissolto — che dietro l’emergenza si celasse un’operazione di speculazione edilizia più che un reale pericolo geofisico.
Il sollevamento continuò fino al 1972, raggiungendo un massimo di 170 cm rispetto al 1968. Per gli sfollati del Rione Terra venne accelerata la costruzione del Rione Toiano. Come ha scritto chi visse quella crisi da vulcanologo, la gestione del bradisismo del 1970 resta ancora oggi un manuale di tutto ciò che non si dovrebbe fare durante un’emergenza: comunicazione scientifica frammentata, rapporti tesi tra istituzioni ed enti di ricerca, consulenti internazionali arrivati senza un quadro condiviso, e persino un aspro confronto pubblico tra il vulcanologo francese Haroun Tazieff e lo stesso Imbò sull’attendibilità dei dati.
1982-85: la lezione (in parte) appresa
Dodici anni dopo, la comunità scientifica si presentò all’appuntamento con strumenti diversi. Le reti di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano erano state potenziate, ed era stato costituito il Gruppo Nazionale di Vulcanologia del CNR. Il sollevamento ripreso nell’estate del 1982 non destò allarme immediato, proprio perché un decennio di osservazioni aveva insegnato a distinguere le normali oscillazioni stagionali del suolo da un vero segnale di crisi.
La svolta arrivò il 4 ottobre 1983, quando un terremoto di magnitudo 4.0 con epicentro alla Solfatara produsse danni e panico in un’area di oltre 30 km di raggio. L’intensità toccò il VII grado della scala Mercalli nella zona epicentrale. Fu allora che il ministro Enzo Scotti dispose l’evacuazione del centro antico di Pozzuoli: circa 30.000 persone furono trasferite, in parte verso il litorale domizio, in attesa della realizzazione del nuovo insediamento di Monte Rusciello. Il punto più critico della crisi arrivò il 1° aprile 1984, con uno sciame sismico che scosse il suolo quasi senza soluzione di continuità per ore, facendo temere la propagazione di fratture verso la superficie. La crisi si esaurì progressivamente, chiudendosi con l’evento dell’8 dicembre 1984, di magnitudo 3.8.
A differenza del 1970, questa volta fu istituito un centro di monitoraggio aperto al pubblico al Rione Toiano, la stampa diede un’informazione giudicata puntuale e priva di toni catastrofistici, e il confronto tra scienziati avvenne alla luce del sole, pur tra divisioni anche aspre. Una commissione di esperti giapponesi arrivò a Napoli proprio per studiare questo modello di rapporto tra scienza, istituzioni, giornalisti e popolazione esposta, ritenuto eccezionale per l’epoca. Fu anche l’occasione in cui i modelli previsioni dell’epoca, basati sull’analisi dei precursori sismici e deformativi, si dimostrarono inadeguati a prevedere l’evoluzione reale del fenomeno: nonostante un sollevamento fino a 1,8 metri, il sistema non raggiunse mai le condizioni per un’eruzione.
Dal 2005 a oggi: il ritorno del bradisismo
Il sollevamento del suolo ripreso nel 2005 e lo sciame sismico del 7 settembre 2012 riportarono l’attenzione sui Campi Flegrei, con il livello di allerta portato a “attenzione” nel dicembre dello stesso anno. Da allora la sismicità è cresciuta in modo pressoché costante, punteggiata da eventi sempre più energetici: la scossa di magnitudo 4.6 del 30 giugno 2025 era già stata la più forte della fase recente, prima di essere superata dalla scossa di magnitudo 4.7 del 31 luglio 2026.
Sul piano fisico, nulla di radicalmente nuovo: gli studi condotti dopo le crisi del 1970-72 e del 1982-85 avevano già dimostrato che l’energia associata alle deformazioni del suolo è di ordini di grandezza superiore a quella rilasciata dai fluidi geotermici della Solfatara, e che il sistema vulcanico flegreo si comporta come un sistema complesso e non lineare, difficilmente descrivibile con modelli deterministici. La distribuzione degli eventi secondo leggi di potenza suggerisce che la maggior parte delle scosse resterà di bassa energia — ma non esclude, né può escludere, l’occorrenza di un evento di energia più elevata.
La domanda che resta aperta
Il titolo di questo pezzo non è una provocazione gratuita. Nel 1970 si agì nell’incertezza più totale, senza dati, senza reti di monitoraggio adeguate, gestendo la crisi con logiche di ordine pubblico più che di protezione civile scientificamente fondata. Nel 1982-85 si fece tesoro di quella lezione: monitoraggio potenziato, trasparenza verso la popolazione, pianificazione dell’evacuazione basata su scenari di pericolosità. Oggi, oltre quarant’anni e centinaia di migliaia di residenti dopo, l’area flegrea è più densamente abitata, le infrastrutture più vulnerabili, e il livello di allerta è salito ad “attenzione” già da anni — eppure la scossa del 31 luglio 2026, la più forte di sempre in questa fase, ha colto ancora una volta la città con edifici fatiscenti da mettere in sicurezza, piani di evacuazione da aggiornare e una popolazione esposta che si interroga sulla reale capacità del sistema di protezione civile di reggere l’urto di un evento ancora più forte.
La storia dei Campi Flegrei insegna che il fenomeno può proseguire per anni senza sfociare in un’eruzione, ma insegna anche che ogni fase acuta ha portato con sé danni, sfollati e un’amministrazione costretta a rincorrere l’emergenza anziché prevenirla. Cinquantasei anni dopo il 1970, la domanda resta la stessa: quanto ancora dovrà sollevarsi il suolo di Pozzuoli prima che la messa in sicurezza del patrimonio edilizio flegreo diventi una priorità strutturale, e non solo un’emergenza da gestire scossa dopo scossa?




