23 novembre 1980 ore 19:34
23 novembre 1980-23 novembre 2025: quarantacinque anni fa il terremoto in Irpinia. Quaranta cinque anni sono passati da quella terribile scossa che portò morte e distruzione.
Erano le 19.34 di domenica 23 novembre 1980 quando un sisma di magnitudo 6,9 (10° grado sui 12 della scala Mercalli, livello classificato come “completamente distruttivo”) colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale, con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania. La scossa durò 90 secondi, con ipocentro a circa 10 km di profondità, e interessò un’area di 17mila chilometri quadrati.
Le conseguenze furono terribili: 2.914 morti, 8.848 feriti e 280mila sfollati.
L’organizzazione del Corpo Nazionale VVF in Campania prevedeva all’epoca la
presenza di circa 400 unità per ogni turno: di fatto tale era la forza organica distribuita nei
5 comandi della regione e nei relativi distaccamenti.
Una forza appena sufficiente per gli interventi ordinari del Corpo in Regione e
quindi assolutamente non adeguata a fronteggiare un sisma di intensità notevole praticamente esteso a tutto il territorio della Regione ed anche in parte della contigua provincia di Potenza.
Via via che le notizie giungevano e si delineava sia pure in modo largamente approssimativo e sottostimato, il dispositivo di soccorso del Corpo Nazionale prendeva forma:
in sostanza tutto il personale dl Corpo è passato dal turno normale al raddoppio per modo che a regime in regione Campania erano presenti 4300 unità provenienti da tutte le regioni d’Italia, organizzate in colonne mobili regionali e campi base.
Il Comando delle operazioni fu assicurato dall’Ispettore Regionale ing. Pasquale
Pierro che stabilì la sua base al Comando ad Avellino, mentre l’organizzazione generale del
soccorso fu assunta dall’Ispettore Generale Capo del Corpo ing. Alessandro Giomi, presente già sul posto dalle ore 23 del 23 novembre.
Mentre “il dispositivo VVF” penetrava nel territorio il quadro si consolidava, unitamente alla richiesta di più vasta mobilitazione di altri soccorritori ed in particolare le Forze
Armate. In effetti a disposizione del terremoto del Friuli, avvenuto in territorio fortemente presidiato dalle FF.AA per ovvi (a quel tempo) motivi di frontiera, nel nostro territorio le Forze Armate effettivamente presenti erano costituite dai fanti del 231° Battaglione fanteria “Avellino”, della Caserma “Berardi”, e dalle tende del Genio Trasmissioni di San Giorgio a Cremano.
Le notizie pervenivano anche al Governo che la stessa notte del 23 nominò l’on.
Zamberletti Commissario Straordinario per l’Emergenza.
Solamente le vicissitudini del viaggio di Zamberletti da Varese a Napoli meriterebbero un capitolo a se stante: se non altro per dimostrare il grado di conoscenza e di co-
scienza della cultura di Protezione Civile a quei tempi.
I vigili del fuoco furono tra i primissimi ad intervenire per aiutare quasi quattro milioni di terremotati bisognosi di soccorso.
Giunsero da ogni parte d’Italia 4.300 unità operative ed oltre 1.000 automezzi. Con sforzo incessante, spesso sotto neve e pioggia, protrattosi ininterrottamente per ben 48 giorni, i vigili lavorarono sino al 5 gennaio 1981, quando fu rinvenuta l’ultima vittima. Il generoso slancio di quelle terribili ore, la capacità di condividere le sofferenze di quelle famiglie così duramente colpite, l’apporto prestato per la risoluzione di tante problematiche e per la rinascita delle zone colpite, caratterizzarono l’operato dei vigili del fuoco rimasti per tanti anni nei cuori dei sopravvissuti.
Alle 19,34 di una domenica di novembre la terra tremò. A quell’ora
la Rai trasmetteva un tempo di una delle partite della serie A giocate
nel pomeriggio. Chi ne aveva approfittato per una gita fuori porta non
poté non notare l’anomalia di una giornata calda, troppo calda per
quella stagione. Tremila il bilancio finale dei morti, 9mila i feriti e
circa 300 mila senzatetto. Furono colpite 8 province: Avellino,
Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia. I
soccorsi arrivarono in ritardo, come sottolineò il presidente della
Repubblica, Sandro Pertini, parlando, pochi giorni dopo, alla nazione
a reti unificate: «Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi
riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono
stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo:
se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non
hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la
loro presenza in queste zone devastate?». Tornato al Quirinale, in un
messaggio alla nazione attaccò duramente la macchina degli aiuti,
inadeguata a fronteggiare la calamità, Visibilmente emozionato, narrò agli italiani cosa aveva visto: il grido
di dolore dei terremotati che avevano perso tutto, la tragedia dei sepolti vivi dalle macerie. E ricordò
quant’era accaduto anni prima – nel 1968 – con il terremoto del Belice, in Sicilia.
Il 24 novembre il governo affidò a un Commissario Straordinario, Giuseppe Zamberletti, il compito di
coordinare le operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal sisma. Zamberletti — infatti — è
considerato il fondatore della moderna Protezione civile. Il 14 maggio 1981, il Parlamento approvò la
«Legge 219» per la ricostruzione e lo sviluppo delle aree colpite dal sisma, stanziando ingentissime risorse
finanziarie, mai dettagliatamente quantificate. Complessivamente, per i comuni colpiti di Campania,
Basilicata e Puglia, furono stanziati quasi 30 miliardi di euro (dati 2011 della Camera dei Deputati). Oggi la ricostruzione del patrimonio edilizio ha superato il 90 per cento. Lo sviluppo industriale, invece, si è
realizzato solo in parte (Ap)
Alcuni comuni vicini all’epicentro — tra i quali Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Conza della Campania,
Laviamo, Muro Lucano — furono quasi rasi al suolo, altri gravemente danneggiati. A Balvano il crollo della
chiesa di S. Maria Assunta causò la morte di 77 persone, di cui 66 bambini e adolescenti che stavano
partecipando alla messa della sera
Dei 119 comuni irpini, furono 99 quelli che riportarono danni alle strutture. Il sisma fu avvertito
pesantemente anche a Napoli dove la gente si riversò in strada per passare la notte. Il tempo ha placato le
furenti polemiche sull’erogazione dei fondi per la ricostruzione e sulle risorse destinate allo sviluppo
industriale, ma resta vivo il ricordo dell’impegno dei sindaci nella ricostruzione e quello dei volontari di tutta
Italia in uno scenario post bellico. Come resta la scossa data dall’arrivo suoi luoghi della tragedia dell’allora
Presidente della Repubblica Sandro Pertini e una prima pagina del quotidiano Il Mattino entrata nella
memoria collettiva con l’appello «Fate presto»
Oggi, a 45 anni di distanza, dopo sprechi e inchieste,
l’Irpinia non conserva se non in minima parte le
tracce di quel disastro. Così come la Basilicata dove è
stato ricostruito il 90 per cento circa delle abitazioni
private (con «punte» del 100% a Balvano, nel
Potentino, uno dei centri più colpiti dal sisma con 77
vittime) con un finanziamento complessivo di circa
4.840 miliardi di lire (circa 2,5 miliardi di euro).
Nelle aree industriali si insediarono centinaia di
imprese (un’ottantina delle quali in Basilicata): molte
ebbero vita difficile e ormai sono chiuse, ma altre
sono tuttora in attività. E’ il caso degli stabilimenti
della Ferrero di Balvano
Per ricordare la vicenda Giuseppe Rossi realizzò il documentario «90 secondi», incentrato sul terremoto
dell’Irpinia del 1980. Il film è stato proiettato per la prima volta nell’istituto Francesco De Sanctis a
Sant’Angelo dei Lombardi, uno dei centri più colpiti dal terremoto. La proiezione si è tenuta il 23 novembre
2010, esattamente trent’anni dopo il terremoto.
La legge 7 aprile 1989, n. 128, istituì la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli
interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti dai terremoti del novembre 1980 e del
febbraio 1981 della Campania e della Basilicata, alla cui Presidenza viene eletto Oscar Luigi Scalfaro. Nella
relazione conclusiva presentata in Parlamento il 5 febbraio 1991, la somma totale dei fondi stanziati dal
Governo italiano raggiungerà la cifra di 50.620 miliardi di lire, così suddivisi: 4.684 per affrontare i giorni
dell’emergenza; 18.000 per la ricostruzione dell’edilizia privata e pubblica; 2.043 per gli interventi di
competenza regionale; 8.000 per la ricostruzione degli stabilimenti produttivi e per lo sviluppo industriale;
15.000 per il programma abitativo del comune di Napoli, e le relative infrastrutture; 2.500 per le attività delle
amministrazioni dello Stato; 393 residui passivi.
Nel marzo del 1987 alcuni giornali, tra cui l’Unità e L’Espresso, rivelarono che le fortune della Banca
Popolare dell’Irpinia erano strettamente legate ai fondi per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del
1980. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c’era la famiglia di De Mita con Ciriaco proprietario di
un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. Seguì un lungo processo che si
concluse nell’ottobre del 1988 con la sentenza: «Secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare
sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la
Popolare è una banca della Dc demitiana». Appresa la sentenza, l’Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in
prima pagina dal titolo eloquente: «De Mita si è arricchito con il terremoto». Nell’inchiesta saranno
coinvolte 87 persone tra cui Ciriaco de Mita, Paolo Cirino Pomicino, Salverino De Vito, Vincenzo Scotti,
Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato e il commissario Giuseppe Zamberletti.
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